(luce)
..E sai lei che preferiva fare?
Osservare la scena o l'oggetto subito prima di scattare la foto,
poi dopo il clic, chiudere gli occhi e scrivere, di getto, cosa credeva
sapeva
pensava
di avere visto.
Quando arrivava il momento di sviluppare la foto,
creava un altro racconto,
nell'incastro delle differenze, nei dettagli, nelle ombre
come accade delle cose che non potrebbero accadere
come nelle leggende
stava compatto
il cielo-nuvole,
colore di asfalto
il giorno ne era pieno
(faticava a esprimersi).
Fino all'ora del tramonto;
quando il sole bucava gli strati
e faceva il suo ingresso a ovest
liquidando il grigio col giallo.
E si vedevano le ombre dei fiocchi di neve cadere.
(ubi minor)
E quando l'ultimo fiocco toccava terra
era lui che prendeva la macchina in mano.
Diventava lei il timido soggetto, da accarezzare con attenzione.
Guardando a est, al nuovo giorno che era già passato,
al domani che era
verosimilmente
come se l'era immaginato il giorno prima.
Una posa imprevedibile; di quell'imprevidibilità
che non ti mette mica soggezione, no,
di quell'imprevidibilità che ti lascia sorridere perché, male che vada,
comunque il soggetto della foto è sempre lei. Sempre e soltanto lei.
Un'istante di lei.
Un piccolo fotogramma che significa una vita,
una vita da assorbire, da assimilare, da metabolizzare.
con tutto il tempo del mondo.
Una vita che si sviluppa nel chiarore della luna,
luna che sorge, mentre i corpi dormono, abbracciati a formare una conchiglia
che, in sè, racchiude anime di perla.
Domani, oggi, ieri. Il sole e la luna. L'est e l'ovest.
Sono attimi, quando soltanto la luce, impressa nello scatto,
nella "photo grafia",
può raschiare la pellicola.